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日志


11月30日

Orme nella spiaggia

Legato al periodo dell'Università c'è questo racconto che in alcuni momenti mi è stato utile e mi ha dato forza.

 

Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che camminavo sulla sabbia accompagnato dal Signore, e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita.
Ho guardato indietro e ho visto che ad ogni giorno della mia vita proiettato nel film apparivano orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.


Così sono andato avanti,
finchè‚ tutti i miei giorni si esaurirono.
Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi posti c'era solo un'orma...
Questi posti coincidevano con i giorni più difficili della mia vita: i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore...


Ho domandato allora:
"Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me in tutti i giorni della mia vita, ed io ho accettato di vivere con Te, ma perché‚ mi hai lasciato solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?".


Ed il Signore mi ha risposto:
"Figlio mio, io ti amo e ti dissi che sarei stato con te
durante tutta la camminata e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo, ebbene non ti ho lasciato...
I giorni in cui tu hai visto solo un'orma sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui io ti ho portato in braccio"
.
 


 

Commenti dalla rete

 

" Per molto tempo si è pensato che questa poesia, che circolava sotto il titolo Ho fatto un sogno fosse stata composta da un anonimo brasiliano. E ora Orme nella sabbia, di Margaret Fishback Powers, è diventato un libro, pubblicato nella collana Riflessi delle Edizioni Messaggero Padova, che narra la storia di questi versi attraverso i tanti drammi e le numerose crisi della vita dell'autrice e della sua famiglia. Margaret Fishback Powers racconta come abbia scritto di getto Orme nella sabbia, in occasione di una passeggiata in riva al mare, e come per magia sia andata intessendosi con altre vite, con altre passeggiate, con altri drammi e con altre infinite gioie in tutto il mondo. Dettate dal cuore in un momento di grande
felicità, queste poche righe hanno saputo sostenerla anche nei peggiori momenti di sconforto, perché sempre animate dalla gioia di ritrovarsi nel Signore, nella certezza che in ogni difficoltà Dio ti sostiene e ti accompagna. Un libro nel quale chiunque si può rispecchiare e trovare incoraggiamento, confortato dalle testimonianze di quanti, in queste righe, hanno trovato anche nei momenti di oscurità la forza di andare avanti. Margaret Fishback Powers vive attualmente a Coquitlam, British Columbia (Canada). Assieme al marito Paul, per più di venticinque anni ha vissuto in giro per il mondo impegnandosi attivamente a favore dell'infanzia e dei bambini in genere.

(lunedì 7 febbraio 2005)


www.edizionimessaggero.it

Bambola di sale

Ognuno di noi si rispecchia in un racconto, in una poesia, in un testo di una canzone.....leggendo queste righe vi immedesimate nella " bambola" o nel "mare" ?

foto intervento

Su una remota montagna abitava una  bambola di sale. Trascorreva le sue giornate tra cieli trasparenti e distese verdi, tra fiori di tutti i colori e perle di rugiada. Da un vecchio saggio che percorreva i sentieri del bosco sentì parlare per la prima volta del mare.

Incuriosita e affascinata decise di andarlo a cercare.
Dopo un' interminabile pellegrinaggio attraverso territori aridi e desolati finalmente giunse in riva al mare. Rimase lì a guardare, per ore, solidamente piantata al suolo e con  la bocca aperta, quella  meravigliosa e immensa distesa d'acqua in movimento, ascoltando ammaliata il gorgoglio spumeggiante delle onde.

 

Poi, quasi sussurrando, chiese al mare:"Chi sei?"

"Sono io"rispose il mare con voce misteriosa.

"Non capisco" disse la bambola " come posso conoscerti e comprendere?"

"E semplice" rispose il mare "entra e lo saprai".

Il mare era così azzurro, così invitante ed imponente.....la bambola  si avvicinò e......

dopo parecchie esitazioni, lentamente,  entrò in acqua.

Subito, un'onda tiepida e luminosa  l'avvolse.  Avvertendo  una strana  e nuova sensazione   ritrasse la gamba.

Un velo di malinconia comparve sul suo volto nel momento in cui  vide che le dita dei suoi piedi erano sparite.

" Che cosa mi hai fatto ?" urlo la bambola "Dove sono finite le mie dita ?"
Imperturbabile il mare replicò:
"Perché ti lamenti ? Hai semplicemente
offerto qualche cosa per poter capire. Non
era quello che chiedevi ?"
La bambola era addolorata per la perdita dei suoi piedini, ma era anche affascinata  da quel flusso inarrestabile di nuove emozioni e da  quell' insolito  inizio di comprensione che stava vivendo. Guidata da un irresistibile impulso, avanzò nell'acqua. E questa l'avvolse in un caldo e doloroso abbraccio. La bambola emise un gemito struggente che di lì a poco tradusse in un enfasi di calma...

Si abbandonò  alle onde  e perdendo   se stessa...comprese.

Un' ultima ondata inghiottì ciò che restava della bambola.
E proprio nell' istante in cui scompariva

parlò il mare con la voce della bambola o la bambola con la voce del mare e disse:

"Io sono".

 

 

(dalla rete)

11月28日

Notte

 
E' notte!!!!!!!
Dall'esterno i rumori arrivano ovattati.
Nei momenti di silenzio giunge la voce del mare.
Tale voce parla all'anima e sembra ascoltare il suo grido.
 
E' notte!!!!!!!
Nella tranquillità della stanza ripenso alla giornata appena trascorsa,
alle scoperte fatte,
alle intuizioni avute,
ai problemi irrisolti,
alla voglia di evadere.
 
 
 
 
E' notte!!!!!!
Il pensiero corre alle moltissime notti in cui sono accaduti eventi importanti per la mia vita.
Mi rivedo piccina, adolescente, donna.
Quante notti estive, al mare, con lo sguardo rivolto al cielo intenta a scoprire quante ce ne fossero.
 Quante notti estive, in montagna, con lo sguardo rivolto al cielo a seguire lo spettacolo dei fuochi artificiali.
  Quante notti trascorse con gli amici, al lago, a preparare gli esami. 
    Quante notti trascorse nelle settimane comunitarie, dove cambiava il modo di rapportarsi con gli allievi.
    Esperienze che ti arricchivano e ti aiutavano a comprendere meglio chi ti stava davanti e ad avere fiducia nel domani.
 
 
E' notte!!!!!!!
Quante notti mi sono scoperta fragile ed indifesa.
A volte anche un banalissimo temporale con una miriade di fulmini provoca ansia e ci si aggrappa ...... ad un pelouche.
 Il boato e la terra che trema, la paura che ti blocca, la terra trema e ti muovi finalmente.
   La vigilia di una festa importante e la tua macchina che prende fuoco.
   Quella non era solo una macchina. Rappresentava un legame con il tuo passato, con la spensieratezza dell'infanzia.
     La fiducia tradita.
 
 
 
E' notte!!!!!!
Quanti notti sono state gaie, spensierate, seduttive.
 
 
    
 
 
 
 
 
E' notte!!!!!!
Desiderei tanto avere una bacchetta magica per colorare maggiormente la vita,
avere più stabilità, ed in particolare vivere un amore.
Ho sofferto per amore.
Senza amore non mi sento pienamente completa.
 
 
 
 
 
E' notte!!!!!!!!
 
 
 
11月25日

Colletta Alimentare

 
Oggi, Sabato 25 Novembre 2006 in tutta Italia si è svolta la decima edizione della COLLETTA ALIMENTARE Condividere i bisogni per condividere il senso della vita.
 
Manifestazione indetta dalla FONDAZIONE BANCO ALIMENTARE Contro lo spreco, contro la fame
O N L U S
dal 1989
 
Lo  slogan  dice Dona a chi è più povero e non può fare la spesa come te:
- OLIO
- OMOGENEIZZATI E PRODOTTI PER L'INFANZIA
- TONNO E CARNE IN SCATOLA
- PELATI E LEGUMI IN SCATOLA
 
Non possiamo accettare prodotti deperibili e denaro.
 
PERCHE'
Nella nostra miseria quotidiana, quando il buio sembra prevalere, è un volto amico che ci risolleva.
E per un amico, in un rapporto amoroso, siamo capaci di dare tutto.
La carità è questo dono di sè commosso all'altro. Piccoli gesti, come fare la spesa per un bisognoso, sono scintille che riaccendono il fuoco della carità verso di sè e verso il prossimo.
 
CON LA TUA SPESA AIUTERAI
4.051 associazioni che sostengono periodicamente i bisosgnosi
1.012 associazioni che assistono continuativamente famiglie ed anziani
434 comunità per minori e ragazze madri
290 centri d'accoglienza e mense per i poveri
434 comunità per anziani
652 comunità per tossicodipendenti e malati di Aids
361 comunità per persone portatrici di handicap in tutta Italia.
 
RINGRAZIAMO I SUPERMERCATI PERL CONTRIBUTO ECONOMICO ALLA REALIZZAZIONE DELLA GIORNATA E PER GLI ALIMENTI DONATI
Auchan, Basko, Billa, Carrefour, Cityper, Conad e Leclerc, Coop e Ipercoop, Despar Aspiag, Esselunga, Famila Unicomm, Grande I, Gs Supermercati, Il Gigante, Intersidis, Iperal, Iperstanda, Italcoop, LD Market, Legler Market, LiDL, Maxitigre, Oasi, Pellicano, Penny Market, Sigma, SMA, Standa, Supermercati Pan, Unes.
 
 
Se vuoi saperne di più www.bancoalimntare.it
 
Tutto questo è scritto su un volantino distribuito all'interno di un Centro Commerciale insieme ad una busta gialla dove andavano riposti i beni alimentari dopo l'acquisto per poi essere consegnati agli addetti alla raccolta.
Ebbene, ho partecipato in prima persona a tale raccolta.
Il mio compito è stato quello di distribuire la busta gialla ed il volantino alle persone che entravano al supermercato. Con un sorriso, chidendo scusa dell'intrusione se le persone stavano parlando e invitandoli a Donare anche solo una scatola di pelati.
Differenti sono state le reazioni: Ho già dato questa mattina in un altro supermercato, non mi interessa, non faccio la spesa, non credo a tale raccolta, la busta è stata consegnata a mia moglie (?)
Alcuni ragazzi sono entrati, dicendo che non dovevano fare la spesa, e poi li abbian visti con una confezione di 12 birre!!!!
Sono state tante anche le persone che hanno preso subito il sacchetto.
 
Alla fine della serata sono stati raccolti diversi quintali di alimenti.
 Eravamo, chi più chi meno, stanchi ma contenti.
 
11月19日

Canzoni a me care

 

Il cantante Antonello Venditti è uno dei miei preferiti, ecco alcune sue canzoni a me care

 

 Stella

 

stella che cammini, nello spazio senza fine
fermati un istante solo un attimo,
ascolta i nostri cuori caduti in questo mondo
siamo in tanti ad aspettare
donaci la pace ai nostri simili
pane fresco da mangiare
proteggi i nostri sogni veri dalla vita quotidiana
e salvali dell'odio e dal dolore
noi che siamo sempre soli nel buio della notte
occhi azzurri per vedere.
questo amore grande, grande, grande
questo cielo si rischiara in un istante
non andare via, non ci abbandonare
stella, stella mia resta sempre nel mio cuore.
proteggi i nostri figli puri nella vita quotidiana
e salvali dall'odio e dal potere
come il primo giorno come nella fantasia
occhi azzurri per vedere.
grande, grande, grande
questo cielo si rischiara in un istante
non andare via, lasciati cadere,
stella, stella mia resta sempre nel mio cuore.
 

 

 Alta marea

 

autostrada deserta al confine del mare
sento il cuore più forte di questo motore
sigarette mai spente sulla radio che parla
io che guido seguendo le luci dell'alba
lo so lo sai la mente vola
fuori dal tempo e si ritrova sola
senza più corpo né prigioniera
nasce l'aurora
tu sei dentro di me come l'alta marea
che scompare e riappare portandoti via
sei il mistero profondo, la passione, l'idea
sei l'immensa paura che tu non sia mia.
lo so lo sai il tempo vola
ma quanta strada per rivederti ancora
per uno sguardo per il mio orgoglio
quanto ti voglio
tu sei dentro di me come l'alta marea
che scompare e riappare portandoti via
sei il mistero profondo, la passione, l'idea
sei l'immensa paura che tu non sia mia.
lo so lo sai il tempo vola
ma quanta strada per rivederti ancora
per uno sguardo per il mio orgoglio
quanto ti voglio
.......per dirti quanto ti voglio
.......per dirti quanto ti voglio
.......per dirti quanto ti voglio

 

 Notte prima degli esami

 

io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla,
come i pini di roma la vita non li spezza,
questa notte è ancora nostra,
come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati.
le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza,
tuo padre sembra dante e tuo fratello ariosto,
stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
maturità t'avessi preso prima, le mie mani sul tuo seno
è fitto il tuo mistero,
e il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
non fermare ti prego le mie mani
sulle tue cosce tese, chiuse come le chiese
quando ti vuoi confessare.
notte prima degli esami, notte di polizia,
certo qualcuno te lo sei portato via,
notte di mamme e di papà col biberon in mano,
notte di nonne alla finestra, ma questa notte è ancora nostra,
notte di giovani attori di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni di coppe e di campioni,
notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere,
e gli aerei volano alto tra n.york e mosca,
ma questa notte è ancora nostra,
claudia non tremare, non ti posso far male, se l'amore è amore.
si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno che mi viene voglia di cantare,
forse cambiarti, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
se l'amore è amore - se l'amore è amore - se l'amore è amore -
se l'amore è amore - se l'amore è amore ...

 

 Ci vorrebbe un amico

 

stare insieme a te è stata una partita,
va bene hai vinto tu, tutto il resto è vita.
ma se penso che l'amore è darsi tutto dal profondo
in questa nostra storia sono io che vado a fondo.
ci vorrebbe un amico
per poterti dimenticar,
ci vorrebbe un amico
per dimenticare il male,
ci vorrebbe un amico
qui per sempre al mio fianco,
ci vorrebbe un amico
nel dolore e nel rimpianto.
amore, amore illogico, amore disperato,
lo vedi sto piangendo, ma io ti ho perdonato.
e se amor che a nulla ho amato, amore, amore mio perdona
in questa notte fredda mi basta una parola.
ci vorrebbe un amico
per poterti dimenticar,
ci vorrebbe un amico
per dimenticare il male,
ci vorrebbe un amico
qui per sempre al mio fianco,
ci vorrebbe un amico
nel dolore e nel rimpianto.
ma vivere con te è stata una partita
il gioco è stato duro comunque sia finita
ma sarà la notte magica o forse l'emozione
io mi ritrovo solo davanti al tuo portone.
ci vorrebbe un amico
per poterti dimenticar,
ci vorrebbe un amico
per dimenticare il male,
ci vorrebbe un amico
qui per sempre al mio fianco,
ci vorrebbe un amico
nel dolore e nel rimpianto.

11月17日

ANORESSIA e BULIMIA

 
 Notizia ANSA
 
 
 
 
BRASILE: MUORE D'ANORESSIA UNA MODELLA DI 21 ANNI
 
 
 
SAN PAOLO - Lo aveva annunciato in un'intervista: con un peso di 46 chili si sentiva grassa, e aveva smesso di mangiare. Ossessionata dal peso e dalle esigenze del lavoro di modella, Ana Carolina Reston è morta di infezione generalizzata in conseguenza dell'anoressia e della bulimia. Tre mesi fa era morta di privazioni, in passerella, la modella uruguayana Luisel Ramos, di 22 anni. Il padre aveva rivelato che non mangiava da cinque giorni.

   La morte di Ana Carolina dovrà rinfocolare le polemiche sulla magrezza delle modelle al limite della patologia, che ha spinto quest'anno il governo spagnolo a proibire che le modelle si presentino in pubblico con un peso inferiore al minimo raccomandato dall'Organizzazione mondiale della Sanità, 56 chili per un metro e 75. Ana Carolina era alta un metro e 72, e era sfilata l'ultima volta, in Giappone, con un peso di 42 chili. Un mese dopo, due giorni fa, è morta con un peso corporeo di 40 chili e una pressione di 30-50.

   "Quando l'ho vista per l'ultima volta mi sono spaventata", ha detto la madre della modella, Miriam Reston. "Era sempre stata ossessionata dal peso, ma adesso sembrava malata, tant'é vero che anche l'agenzia per la quale lavorava ultimamente, L'Elite, l'aveva messa in trattamento da un psichiatra, ma lei spesso non andava alle sessioni, perché temeva che non la chiamassero più se riprendeva qualche chilo". "Ana Carolina mangiava ogni tanto un pomodoro, una mela o una fetta di cocomero, ma anche con quel poco nello stomaco dopo un quarto d'ora andava in bagno e vomitava", ha raccontato Dani Grimaldi, la cugina con la quale Ana Carolina condivideva un'appartamento a San Paolo e la carriera di modella. "Non accettava di essere malata, e se si provava ad insistere perché si rendesse conto, finiva per allontanarsi".

   Che l'anoressia fosse diventata una patologia lo si deduce dall'intervista rilasciata dalla modella 21enne nell'aprile scorso al maggior quotidiano brasiliano, la Folha de S.Paulo, proprio sul tema della magrezza delle modelle: "Attualmente peso 46 chili e mi sento grassa, mi rendo conto di avere una visione distorta di me stessa", aveva detto Ana Carolina, annunciando che aveva "smesso di mangiare".

   Questa coscienza di sé si è evidentemente affievolita al punto di portarla ad essere ricoverata il 25 ottobre scorso talmente deperita che tutti i trattamenti d'urgenza non sono riusciti a salvarla. La Folha de S.Paulo, in quell'occasione, aveva stilato una lista di 56 weblogs e 122 pagine dell'Orkut solo in Brasile che facevano l'apologia dell'anoressia, e di questi, il 67% era di ragazzine tra 13 e 17 anni.

   Proprio l'età in cui anoressia e bulimia possono avere le conseguenze più gravi, compreso il ritardo mentale e danni agli organi principali. Tra le persone più famose colpite da anoressia e bulimia si ricordano Karen Carpenter, cantante dei Carpenters, morta a 32 anni nel 1983, e la principessa Diana. L'anoressia è anche il tema di un drammatico documentario, "Thin", della regista Lauren Greenfield, che racconta la storia di quattro donne tra 15 e 30 anni in un centro di trattamento in Florida.
 
INTERVENTI DI UNO PSICOLOGO SU TALE TEMA
 
Marco G. Dibenedetto
psicologo psicoterapeuta



ANORESSIA E CORPO

Oggigiorno il significato simbolico di cui si riveste l’aspetto fisico ha una importanza notevole, infatti il corpo nella nostra cultura deve essere mostrato, comparato, giudicato e la bellezza e la magrezza sono divenuti sinonimi di successo, autocontrollo e accettazione sociale: se sarai magra e bella avrai successo.
L’accettazione sociale, ed in particolar modo l’essere accettato dal gruppo dei pari, svolge un ruolo molto importante nella formazione dell’autostima soprattutto durante l’adolescenza, infatti quando si ha la sensazione di perdita-abbandono da parte delle figure parentali, caratteristica di questa delicata fase dello sviluppo, un ragazzo si rivolge all’ambiente esterno alla ricerca di amore, protezione e sicurezza. Più in specifico per le ragazze, l’essere attraenti, così come avere un corpo piacevole, gioca un ruolo essenziale nello svilupparsi del concetto del Sé, anche se alcune ricerche evidenziano come queste abbiano un ideale corporeo tuttavia molto più magro rispetto a quello che è giudicato attraente dai ragazzi della stessa età e quindi se la pressione socioculturale verso un modello di donna magra e snella ha da una parte un significato estetico, dall’altra assume il valore di rappresentare la donna realizzata, sicura di Sé e capace di autogestirsi. Ciò certamente contribuisce a aumentare notevolmente le ansie delle adolescenti che vanno incontro alle trasformazioni corporee puberali.
Chi riuscirà ad ottenere un’immagine simile ai canoni dettati dai media riceverà da parte della società una serie di messaggi rinforzanti, chi invece non riuscirà a raggiungere questo ideale corporeo, proverà una grande frustrazione che porterà non solo a una estrema insoddisfazione corporea, ma anche a una diminuzione dell’autostima, dal momento che il corpo risulta investito di tutti i suddetti significati simbolici. Alcuni studi evidenziano come le famiglie e gli amici di anoressiche, sebbene siano preoccupati dell’alimentazione ipercontrollata e dal continuo esercizio fisico praticato da queste, spesso contemporaneamente le ammirano per l’aspetto fisico, descrivendole più spesso come snelle, con un bel portamento, affascinanti, piuttosto che come scarne, emaciate, pelle e ossa e possono per fino giungere ad invidiarle per l’autodisciplina e l’autocontrollo.
E’ quindi “naturale” che, viste le utopistiche richieste di magrezza, la maggior parte delle ragazze provi una profonda insoddisfazione riguardo al proprio aspetto fisico e su questo substrato psico-sociale molte intraprendono diete o altri comportamenti restrittivi ed inizino ad avere un rapporto difficile con il cibo; alcune di queste svilupperanno disturbi della condotta alimentare definite sindromi parziali e che sembrano avere un’incidenza doppia rispetto alle sindromi cosiddette piene, mentre poche, fortunatamente, svilupperanno un disturbo del comportamento alimentare del tipo descritto nel DSM IV.
In due ricerche su due campioni differenti di soggetti femminili valutati con strumenti psicometrici diversi si è riscontrato, su un totale di 350 soggetti, una relazione tra insoddisfazione corporea e intensità di depressione. Ciò potrebbe essere considerato un aspetto di una condizione più generale di bassa autostima e di sentimenti pessimistici rivolti verso il corpo, tipica dello stato depressivo. Quello che però ha maggiormente colpito è che esiste una relazione anche tra ideale corporeo e depressione, nel senso che tanto più le ragazze erano depresse, tanto più magre volevano essere. Sembrerebbe quindi che in una condizione depressiva gli standard di taglia corporea a cui si aspira tendano a divenire sempre più utopici. Il fallimento del tentativo di raggiungere il modello desiderato, e così insistentemente proposto dai media, diventerebbe, in questa situazione psicologica, sempre più probabile. Da ciò un ulteriore perdita di autostima ed un aumento della condizione depressiva e se a questo si aggiunge anche il rinforzo sociale alla magrezza si ha una sensazione maggiore di non essere accettate dagli altri, di non valere.
La frustrazione derivante dall’aver fantasticato una migliore accettazione e condizione sociale, derivante dall’avere un corpo perfetto, comporta un notevole peggioramento della qualità della vita (QdV) di queste ragazze che non si sentono adatte ad affrontare le relazioni sociali, la loro costante ruminazione sul cibo-peso e la continua concentrazione per risolvere questo “problema-corpo” determinano infatti un aggravamento nei rapporti interpersonali, nelle relazioni emozionali e nell’isolamento sociale.
Inoltre si evidenzia come un’alterazione dell’immagine corporea, nel senso di una maggiore insoddisfazione, porterebbe a gravi problemi nel rapporto con l’altro sesso. Non dimentichiamo che una ragazza insoddisfatta del proprio corpo porta con se un supposto, ma costante, giudizio negativo da parte della società e da parte degli uomini, ma sopratutto un auto-giudizio negativo su se stessa.
Questa ruminazione riguardo al corpo, al peso, al proprio aspetto fisico determina anche una serie di conseguenze: innanzi tutto, questo porterebbe a ricercare insistentemente di adottare comportamenti restrittivi come le diete che, in un’ipotesi multifattoriale patogenetica di questi disturbi, rappresenta un fattore scatenante e perpetuante di patologia. E’ stato visto infatti che soggetti che si impongono diete differiscono da coloro che non digiunano per il cosiddetto fenomeno della countregulation. Infatti, se i soggetti con DCA mangiano più di quanto si sono prefissi, tendono, contrariamente ai normali, a continuare a mangiare di più anziché a fermarsi subito. Ciò comporta che essi regolino cognitivamente l’assunzione di cibo e mangino di più quando pensano che la loro restrizione dietetica sia, al momento, in qualche modo fallita. Inoltre alcuni studi hanno evidenziato come i prototipi di bellezza e delle top model tendano a riprodurre un ideale di magrezza irrealistico, se non addirittura contrario alle leggi più elementari della natura: per esempio la riduzione della larghezza dei fianchi si scontra con la naturale conformazione anatomica del bacino femminile, che funzionalmente deve essere adatto a contenere il feto.
Questa estrema e costante attenzione alla dieta, al peso e alla taglia corporea, comporta una diminuzione di alcune capacità cognitive come l’abilità nelle strategie di coping o di problem solving così importanti in un’età, l’adolescenza, in cui è necessario apprendere per entrare a far parte della società.
Certi autori hanno mostrato come il peggioramento della QdV favorisca il perpetuarsi della malattia e come la qualità del supporto sociale fornito sia predittiva di un buon esito della patologia. Tutti siamo sottoposti a una pressione socioculturale verso un corpo magro e snello che ci permetterebbe di migliorare la qualità della nostra vita; soggetti con predisposizione dovuta a comportamenti disfunzionali di tipo ossessivo, tono dell’umore deflesso, carenza di repertori cognitivi adattivi, si sentono maggiormente frustrati e insoddisfatti del loro aspetto fisico. L’allontanarsi reale, ma più spesso supposto, dai canoni di bellezza costituisce un rinforzo negativo che spinge sempre più verso comportamenti restrittivi, minando la qualità della vita e creando le condizioni per un paradosso: per migliorare le mie condizioni ed essere maggiormente accettata in realtà non faccio che peggiorare e isolarmi.
Infine alcuni autori hanno definito l’anoressia come una culture-bound syndrome e altri, più recentemente, notando che soggetti immigrati da altre culture potevano iniziare a presentare dopo diversi anni la stessa incidenza di patologia che quelli nella società occidentale, hanno proposto anche il nome di culture-change syndrome cioè la sindrome di cambiamento di cultura. Inoltre, questa pressione sociale non sembra colpire selettivamente la fascia di età adolescenziale, ma anche i bambini e i soggetti di età più avanzata, difatti si è dimostrato come anche i bambini prepuberi abbiano modelli ideali di magrezza e tendano a disprezzare il grasso e tutto ciò che tende all’obesità.

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categoria:anoressia, psicologia
giovedì, 12 gennaio 2006
di Marco G. Dibenedetto
psicologo psicoterapeuta


GENITORIALITA' e ALIMENTAZIONE


Cibo e alimentazione non possono non essere messi in relazione con la funzione genitoriale e nonostante le diverse trasformazioni subite nel tempo, la famiglia rappresenta comunque l’organismo sociale maggiormente necessario nella formazione e maturazione dell’individuo e rimane il luogo storico, culturale e esistenziale in cui la vita di un individuo da meramente biologica diventa umana, costituendo un orizzonte, un mondo di significati che si presenta come progetto.
Vediamo come già prima che un individuo venga al mondo ci si preoccupa degli effetti che l’alimentazione avrà su di lui: in tutte le culture è riconosciuta la necessità, per una donna incinta, di seguire un regime alimentare apposito e particolare per la sua condizione. E’ opinione comune che la scelta e la quantità del cibo, assunta dalla madre, influirà sulla salute del nascituro e quindi ella viene esortata a nutrirsi per due, a tutti poi sono note le famose voglie di una donna in dolce attesa, bizzarrie alimentari improvvise che vanno soddisfatte: si tratta in genere di cibi ricchi di zuccheri, come i dolci e il cioccolato e di prodotti caseari, il cui consumo può essere originato dal bisogno supplementare di calorie e di calcio necessario per le ossa e i denti del feto.
Successivamente il primo rapporto sviluppato dal neonato allorché viene al mondo è proprio legato al cibo che riceve dalla madre: il latte. Questo alimento primario è talmente importante che, in certe culture, due bambini che ricevono il nutrimento dal seno della stessa donna, pur non avendo nessun legame di parentela, sono considerati fratelli di latte e per tutta la loro vita intratterranno un rapporto stretto e particolare sia fra di loro che con la loro nutrice. L’universalità di questo alimento, uguale per tutti gli esseri umani, è certamente alla base degli aspetti affettivi che si sviluppano nei suoi confronti.
Ritornando a prima, se su un piano consapevole desiderare, progettare un figlio è l’espressione della generatività dell’individuo, è immaginarsi come genitore (allevare il bambino come hanno fatto i propri genitori, con il fantasma di produrre, sagomare, forgiare un nuovo essere, somigliante o differente da se stessi, secondo la stima di sé e la qualità delle identificazioni parentali. “E’ anche sorpassare il proprio destino, attivare il plasma germinale immortale ..”, sul piano dell’inconscio, invece, questo desiderio sarebbe il risultato di una doppia identificazione: materna e paterna. Lo sviluppo psichico femminile sarebbe basato sulla percezione, presente fin dall’infanzia, di poter generare). Il confronto con il corpo della madre struttura un immaginario abitato dalla sagoma di un bambino. Il desiderio è dunque il ricorso inconscio del bambino immaginario (il bambino della notte) desiderato dalla piccola bambina, quando giocava con le bambole e che le donava allora uno statuto immaginario di madre e ora nella gravidanza e nell’allattamento essa prolunga la propria madre e si identifica con lei.
Circa le identificazione paterne della futura madre, tralasciando la teoria psicoanalitica classica che associa il desiderio di un figlio alla mancanza del pene e quindi il concepimento di un bambino costituirebbe il sostituto del pene mancante, le concezioni della Individual Psicologia Adleriana sulla protesta virile hanno deletteralizzato questa impostazione rigidamente sessuale e biologica, allargando il concetto della mancanza del pene al vissuto di mancanza e di inferiorità rispetto a un modello idealizzato totipotente fittizio del Sé (ermafroditismo psichico e fisico).
Se il desiderio è il risultante di una mancanza, genitore significa quindi colui che sente fortemente la mancanza, l’incompletezza dell’essere e del Sé che implica la sessualità (da sectus, cioè diviso, incompleto) come motivazione, ma non si esaurisce in questa.
“Essere genitori può essere un’esigenza implicata da un desiderio, inconscio e impellente di immortalità; può nascondere un sentimento di colpa nei confronti dei genitori per non perpetuare il patrimonio genetico familiare. Può derivare da un sentimento di mancanza, di scarsa autostima che la sterilità può accentuare: una ferita sull’identità sessuale e sull’immagine di Sé, dovuta allo stretto legame che c’è sempre stato tra fertilità e virilità e tra maternità e femminilità. O ancora, può esistere l’ansia di sentirsi disistimati socialmente, soprattutto dalla famiglia e dagli amici”.
Se queste possono essere le motivazione e i fini del voler essere genitore, il diventarlo comporta però una serie di cambiamenti, di perdite e di angosce collegate alle vicissitudini della realtà esterna e del mondo interno: il lavoro del diventare genitori presenta molte coincidenze con il lavoro di elaborazione del lutto, cioè è perdere alcuni aspetti di Sé perché l’altro, il figlio, diventi se stesso: questi processi sarebbero attivati dal Sé creativo, ne sarebbero anzi tra le più alte e significative modalità di espressione. Il Sé creativo di Adler motiva una composizione e mediazione tra le istanze del Sentimento Sociale (fare per/con gli altri) e della volontà di autoaffermazione (con crescita dell’autostima).
Il divenire genitori comporta per la madre in un primo tempo la capacità di stabilire un rapporto a due e in un secondo tempo la capacità di inserire un terzo, il padre, all’interno di questo rapporto; per il padre la capacità di essere il terzo, in un primo tempo esterno a questa relazione, poi interno a essa. Per entrambi l’accoglimento del bambino reale rispetto a quello ideale rappresenta un processo di forte valenza per la sanità psicologica del bambino stesso.
Il modello psicologico della funzione materna di nutrimento e quello etologico dell’attaccamento possono essere visti come funzionali a un approccio clinico che consideri l’esigenza di mantenere una relazione tra i genitori e al contempo la necessità di organizzare, favorire una separazione utile a una sana identità di ciascun membro della triade. Si tratta di differenziare ogni spazio del padre e della madre affinché il figlio, a sua volta, possa avere un proprio spazio e sviluppare il proprio Sé, ma soprattutto il significato che si può dare al fatto di avere avuto dei genitori rimanda immediatamente al significato che si può dare al fatto di diventare genitori.
In questa relazione divengono importanti gli effetti di una articolazione bidirezionale e cioè tra i bisogni dei genitori e i bisogni del figlio perché possa determinarsi una piena maturazione degli uni e dell’altro: da una parte la funzione genitoriale per i genitori in riferimento al desiderio di un figlio e al suo sviluppo; dall’altra parte la funzione genitoriale per i bambini, riguardo ai compiti dei genitori, le attese e le aspettative nei loro confronti per lo sviluppo del Sé, gli effetti di eventuali fallimenti della funzione genitoriale. Il prototipo di ogni relazione è l’esperienza primaria, appartentiva, deludente, entusiasmante o dolorosa ma comunque significativa di rapporto con i nostri genitori.
Infatti “già prima della nascita il bambino sviluppa precise competenze percettive, ha una sua attività psichica che si struttura in relazione a quella materna”. La comunicazione intrapsichica tra madre e feto permette l’attività del pensiero del bambino: perché un feto e successivamente un neonato possano accedere al pensiero è necessario che la madre, attraverso il suo fantasticare e amare il bambino già durante la gestazione, abbia creato per lui una sorta di contenitore di pensieri e abbia in un certo senso pensato i primi pensieri del bambino. Così avviene anche per la nutrizione: il bambino arriva ad alimentarsi in modo autonomo solo dopo essere stato alimentato dal sangue materno, poi dal latte materno, cioè nutrimenti costruiti dalla madre. Il processo empatico viene valutato come una complessa capacità percettiva e introspettiva caratterizzata dalla comprensione empatica, intesa come il risultato finale di un ampio processo di conoscenza per la quale è necessaria l’abilità di tollerare uno stato di non conoscenza, cioè di confusione e di incertezza. La comprensione empatica della madre è pertanto un processo attivo caratterizzato dall’intento di ricevere la comunicazione del figlio e tradurre le sue emozioni, le sue parole e i suoi simboli negli aspetti significativi suoi propri appartentivi. E’ uno degli aspetti più raffinati e sofisticati del sentimento sociale e implica nella madre, quindi, lo sperimentare il processo e il contenuto della coscienza del figlio in molti suoi aspetti.
La dedizione al figlio non si limita a nozioni di puericultura o di psicopedagogia evolutiva, ma è soprattutto un impegno a non venire meno all’amore per lui, chiunque egli sia, in qualunque condizione si trovi, qualunque sia la strada da lui scelta nel rispetto della sua libertà. E’ un’alleanza profonda viscerale. E’ frutto di specifiche identificazioni reciproche, empatiche, intenzionali e inconsce consentite da meccanismi regressivi parziali. Queste hanno l’effetto positivo nel figlio nel cammino dalla dipendenza all’autonomia ottenuta, però, mediante collaudi creativi: tra l’appartenere e il cooperare sono indispensabili un riconoscimento del Sé originale e irripetibile del figlio e un accoglimento transmotivante. Esso si avvale del processo d’incoraggiamento o transmotivazione e della frustrazione ottimale. Quest’ultima implica un atteggiamento amoroso che moduli protezione e autonomia, distanza e vicinanza emotiva consentita, identificazione empatica e del riconoscimento della specificità e originalità del Sé del bambino. Il genitore che ha sviluppato una funzione genitoriale compiuta, presenta un’armonica modulazione delle dimensioni dell’affetto e del controllo: sa favorire nel figlio radici e ali. Infatti i genitori sono interiorizzati durante la fase di identificazione, o fase specchio, e diventano i precursori degli schemi inconsci di pensiero e di emozione. La modulazione tra vicinanza protettiva e distanza autonomizzante è necessaria perché il figlio si collaudi come individuo fornito di specifiche identità e creatività.
Tuttavia nella famiglia odierna, post-moderna e dopo moderna spesso i genitori sono più impegnati per i propri bisogni che per quelli emotivi dei figli. Talora sono genitori troppo confusivi e usano il bambino prevalentemente per i propri bisogni: specchi talora non solo vuoti ma anche deformanti, inducono genitori interni altrettanto disarmonici e confusivi. Questa combinazione di trascuratezza e invasività disturba i processi maturativi dell’identità del Sé del figlio: su tale disturbo strutturale di maturazione potrebbero successivamente agire quei fattori biopsicologici che attivano il rischio di disturbi del comportamento alimentare o di altre patologie, così diffuse negli ultimi anni tra i giovani delle società avanzate.
Inoltre la crisi della famiglia tradizionale incide sulla formazione dei nuovi individui e quindi dei nuovi genitori determinando una trasformazione socioculturale della famiglia attuale (dalla famiglia monogenitoriale a una pluralità dei modelli familiari).
Oggi si nota come i rapporti tra generazioni sono gestiti sempre meno dalle famiglie e sempre di più da strutture pubbliche. D’altra parte l’ ” autopoiesi”, cioè la capacità della famiglia di autoregolarsi sotto il profilo della relazionalità, non sembra sempre sufficiente a supplire una carente attenzione dello Stato a difendere e promuovere la famiglia, diffondendo sempre più assetti sociali scissionali e discordanti che peggiorano anziché rimediare alle errate interazioni precoci tra genitori e figli: assai marcata sarebbe la capacità persuasiva acritica occulta della televisione, “cattiva maestra ”, nel favorire e diffondere stili di vita fondati sul tutto subito, sulla mancanza di misura, sull’intolleranza, sulla violenza, sull’apparenza, su un’illusoria facilità del vivere, sulla dissociazione, scissione tra metodi e obiettivi esistenziali, sulla trasgressione. Anche le condizioni socioeconomiche sembrano mettere in crisi e trasformare la famiglia, deputata comunque ancora oggi a formare alla base la struttura di personalità. I valori della competizione esasperata, del benessere economico, del consumismo rendono difficili amicizie, matrimoni e rapporti profondi e duraturi. Vi sarebbe inoltre una forte diminuzione della capacità riparativa e adattante delle istruzioni scolastiche e in genere delle agenzie di formazione che in passato compensavano in qualche modo le difficoltà esistenziali presenti.
Con la trasformazione della società sono state espulse dalla sfera familiare molte funzioni riconducibili alla categoria del potere, tradizionalmente legato alla funzione del padre. I giovani di oggi starebbero perdendo così il loro confronto verticale con l’autorità e inoltre il prolungamento adolescenziale, la famiglia lunga, la ritardata assunzione di status-ruoli adulti, ne rappresenterebbero alcuni dei più vistosi effetti. La crisi della famiglia tradizionale incide sulla formazione dei nuovi individui e quindi dei nuovi genitori, si fanno incerte le nuove identità familiari, per cui diventa più forte il bisogno di sapere che cosa ci si può aspettare dai propri familiari e le persone sono forzate a ridefinire continuamente chi sono.
Il movimento di liberazione della donna, giustamente, ha segnato in profondità la cultura occidentale, ma questa rivoluzione sembra aver prodotto una mascolinizzazione unilaterale, dove la donna ha spesso rinnegato la propria femminilità, strettamente articolata con il sentimento materno, per esaltare le sue qualità maschili. L’inserimento della donna madre nel lavoro extra domestico ha comportato una ridefinizione del ruolo materno in cui le madri sono spesso conflittualizzate, affaticate e sole.
Inoltre la valutazione dei figli si è modificata con gli anni: essi rimangono un bene prezioso, ma ormai soprattutto costoso. La nascita di un figlio è quasi sempre ben ponderata nell’ottica di un individualismo basato sui valori di realizzazione professionale e/o di coppia, di libertà di scelta e di qualità della vita. Si nota uno spostamento dall’ottica di responsabilità a quella del desiderio e del piacere: un figlio deve nascere solo se è voluto, ovvero se è considerato un bene per l’individuo e può soddisfare le aspettative genitoriali. Il desiderio ha assunto un posto preminente nell’attuale società.
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categoria:anoressia, psicologia
mercoledì, 11 gennaio 2006
di Marco G. Dibenedetto
psicologo psicoterapeuta


Vorrei iniziare con una riflessione sull’anoressia e su come alcuni sintomi psichici e fisici rivelano e svelano i criteri normativi di riferimento di una determinata epoca e spesso traducono in forma di caricatura i valori culturali dominanti. In questo senso è interessante notare come l’anoressia permette ad alcuni individui di essere antisociali secondo una modalità “approvata” e ”stabilita” dalla stessa cultura di appartenenza. L’anoressia intesa come patologia etnica (etnica non con significato di sottocultura, ma come appartenente a una data società in una determinata epoca) diviene così una metafora che si arricchisce di proiezioni e stimola l’immaginazione, si fa simbolo delle richieste e delle affermazioni culturali e nello stesso tempo le beffeggia in una parodia sociale, parodia delle richieste irrealistiche di magrezza proprie della cultura occidentale moderna.
Il corpo e la perfezione. La perfezione presa alla lettera e perseguita con caparbietà, “essere in linea” significa così stare con il proprio corpo entro quella linea, quella soglia di separazione tra la vita e la morte, sulla quale potersi fermare in perfetto equilibrio, senza che si prevedano cadute né in un senso né nell’altro.
Lo “stare bene”, l’ “equilibrio” e la “sensazione di salute mentale” vengono raggiunte dall’anoressica mediante il dominio del corpo ottenuto con il governo del desiderio, governo che assume il segno della titolarità assoluta della propria vita (la paura delirante di ingrassare e il rapporto problematico con le proprie dimensioni e fattezze non smettono mai di alimentare la sua mente). Questa pratica ascetica abbraccia una filosofia, una visione del mondo alla quale il soggetto fa aderire anche la propria rappresentazione di sé e l’esercizio del corpo diviene così un esercizio dell’anima, la cui forza viene duramente messa alla prova.
Paradossalmente, però, quanto più è esasperata la pratica della rinuncia, tanto più riconduce a se stessi, così l’obiettivo, o meglio il progetto anoressico, non è semplicemente quello di un corpo magro, ma è il raggiungimento “dell’ideale” della magrezza che ottiene boicottando con la propria volontà le esigenze del corpo e in questo tentativo rimane costantemente incollata a quell’ideale. Come scrive Elena Faccio “l’anoressica non riesce mai a liberarsi completamente del proprio corpo, ogni impostazione e ogni rinuncia vengono dettati da un Io rigido e intransigente che opera al servizio della perfezione di se stesso. E’ “amore” di sé, mai di altri (di altro), raggiunto per assurdo mediante atti autodistruttivi; si tratta di una condizione narcisistica la cui propria identità acquista valore e viene ritrovata solo a patto di sottostare a regole cui una qualunque persona non saprebbe reggere” (4 pag. 23). Di conseguenza nell’anoressia è evidentissima, quasi ammirevole, la perseveranza e la tenacia di perseguire il proprio progetto.
Difatti l’anoressica ha una modalità di appropriarsi della vita che diviene esagerata attraverso l’intensificazione di tutte le sensazioni del corpo e il bisogno di esistere viene attuato per contrasto e per eccesso, arrivando persino alla soppressione del proprio ruolo di donna e futura nutrice, incapace di nutrire perfino se stessa.
Ma proprio ciò che i clinici definiscono sintomo e disturbo, rappresenta per l’anoressica, un tentativo di cura, una modalità, se pur estrema, di raggiungere il suo obiettivo: la salvezza psichica, cioè un obiettivo riparativo (11), anche se controproducente e distorto, dall’angoscia di disidentità.
Partendo da queste considerazioni e collegandosi all’obiettivo di questo lavoro, come vedremo successivamente, sorgono alcune domande:
- cosa rivela e comunica il sintomo, nei suoi molteplici significati simbolici, in rapporto con la confusione e i conflitti interiori e, soprattutto, relazionali?
- il rifiuto di mangiare e il timore di ingrassare diventano l’unica e l’ultima risorsa delle anoressiche, dopo il fallimento di precedenti tentativi, di acquistare un certo grado di individuazione-separazione e un senso di dominio su di se e sul mondo?
- perché un soggetto dovrebbe ricercare ciò nella perdita dell’appetito, utilizzando il cibo, che nelle famiglie anoressiche rappresenta un elemento di notevole importanza, e il momento del pasto, palcoscenico di una esibizione protestataria, come strumenti di rivalsa?
- cosa significa il non voler ricevere niente, che nulla passi dalla propria bocca e il non voler accogliere nulla dal di fuori?
- perché alcuni cibi gonfiano e/o “pesano sullo stomaco” ? (22, pag. 348).
Fin dai primi studi di Selvini Palazzoli (7), agli inizi degli anni ottanta, l’anoressia, considerata successivamente come un’epidemia sociale, è stata vista come una “patologia della famiglia”, le cosidette famiglie psicosomatiche, riscontrando come nelle società avanzate vi sia una diffusa difficoltà alla maturazione della funzione genitoriale e come la epigenesi di questo disturbo sia radicato nelle relazione familiari fin dalle prime fasi evolutive della personalità determinando delle resistenze, nella futura paziente, nella transizione dalla dipendenza all’autonomia.
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categoria:anoressia, psicologia
mercoledì, 11 gennaio 2006



“Evidentemente il fallimento può assumere significati ben diversi. .... Un bambino che prova a risolvere un rompicapo sa quando ci riesce e quando non ci riesce; non serve che glielo dica un adulto. ... Successo e fallimento significano soltanto soddisfazione e frustrazione del desiderio. ... Il fallimento è non riuscire a soddisfare un adulto; il successo è riuscire a soddisfare un adulto. Denaro, fama, vincere un incontro di baseball, essere bello, avere ben vestiti, un’automobile, una casa, sono tipi di successo che essenzialmente girano attorno al desiderio infantile di compiacere il mondo adulto”

da “L’uomo dei dadi”

L. Rhinehart





“Abbiamo tutti bisogno che qualcuno

sappia chi siamo veramente”

da “Sarah”

J.T. Leroy





Vorrei iniziare con una riflessione sull’anoressia e su come alcuni sintomi psichici e fisici rivelano e svelano i criteri normativi di riferimento di una determinata epoca e spesso traducono in forma di caricatura i valori culturali dominanti. In questo senso è interessante notare come l’anoressia permette ad alcuni individui di essere antisociali secondo una modalità “approvata” e ”stabilita” dalla stessa cultura di appartenenza. L’anoressia intesa come patologia etnica (etnica non con significato di sottocultura, ma come appartenente a una data società in una determinata epoca) diviene così una metafora che si arricchisce di proiezioni e stimola l’immaginazione, si fa simbolo delle richieste e delle affermazioni culturali e nello stesso tempo le beffeggia in una parodia sociale, parodia delle richieste irrealistiche di magrezza proprie della cultura occidentale moderna.

Il corpo e la perfezione. La perfezione presa alla lettera e perseguita con caparbietà, “essere in linea” significa così stare con il proprio corpo entro quella linea, quella soglia di separazione tra la vita e la morte, sulla quale potersi fermare in perfetto equilibrio, senza che si prevedano cadute né in un senso né nell’altro.

Lo “stare bene”, l’ “equilibrio” e la “sensazione di salute mentale” vengono raggiunte dall’anoressica mediante il dominio del corpo ottenuto con il governo del desiderio, governo che assume il segno della titolarità assoluta della propria vita (la paura delirante di ingrassare e il rapporto problematico con le proprie dimensioni e fattezze non smettono mai di alimentare la sua mente). Questa pratica ascetica abbraccia una filosofia, una visione del mondo alla quale il soggetto fa aderire anche la propria rappresentazione di sé e l’esercizio del corpo diviene così un esercizio dell’anima, la cui forza viene duramente messa alla prova.

Paradossalmente, però, quanto più è esasperata la pratica della rinuncia, tanto più riconduce a se stessi, così l’obiettivo, o meglio il progetto anoressico, non è semplicemente quello di un corpo magro, ma è il raggiungimento “dell’ideale” della magrezza che ottiene boicottando con la propria volontà le esigenze del corpo e in questo tentativo rimane costantemente incollata a quell’ideale. Come scrive Elena Faccio “l’anoressica non riesce mai a liberarsi completamente del proprio corpo, ogni impostazione e ogni rinuncia vengono dettati da un Io rigido e intransigente che opera al servizio della perfezione di se stesso. E’ “amore” di sé, mai di altri (di altro), raggiunto per assurdo mediante atti autodistruttivi; si tratta di una condizione narcisistica la cui propria identità acquista valore e viene ritrovata solo a patto di sottostare a regole cui una qualunque persona non saprebbe reggere”. Di conseguenza nell’anoressia è evidentissima, quasi ammirevole, la perseveranza e la tenacia di perseguire il proprio progetto.

Difatti l’anoressica ha una modalità di appropriarsi della vita che diviene esagerata attraverso l’intensificazione di tutte le sensazioni del corpo e il bisogno di esistere viene attuato per contrasto e per eccesso, arrivando persino alla soppressione del proprio ruolo di donna e futura nutrice, incapace di nutrire perfino se stessa.

Ma proprio ciò che i clinici definiscono sintomo e disturbo, rappresenta per l’anoressica, un tentativo di cura, una modalità, se pur estrema, di raggiungere il suo obiettivo: la salvezza psichica, cioè un obiettivo riparativo, anche se controproducente e distorto, dall’angoscia di disidentità.

Partendo da queste considerazioni e collegandosi all’obiettivo di questo lavoro, come vedremo successivamente, sorgono alcune domande:

- cosa rivela e comunica il sintomo, nei suoi molteplici significati simbolici, in rapporto con la confusione e i conflitti interiori e, soprattutto, relazionali?

- il rifiuto di mangiare e il timore di ingrassare diventano l’unica e l’ultima risorsa delle anoressiche, dopo il fallimento di precedenti tentativi, di acquistare un certo grado di individuazione-separazione e un senso di dominio su di se e sul mondo?

- perché un soggetto dovrebbe ricercare ciò nella perdita dell’appetito, utilizzando il cibo, che nelle famiglie anoressiche rappresenta un elemento di notevole importanza, e il momento del pasto, palcoscenico di una esibizione protestataria, come strumenti di rivalsa?

- cosa significa il non voler ricevere niente, che nulla passi dalla propria bocca e il non voler accogliere nulla dal di fuori?

- perché alcuni cibi gonfiano e/o “pesano sullo stomaco” ?

Fin dai primi studi di Selvini Palazzoli, agli inizi degli anni ottanta, l’anoressia, considerata successivamente come un’epidemia sociale, è stata vista come una “patologia della famiglia”, le cosidette famiglie psicosomatiche, riscontrando come nelle società avanzate vi sia una diffusa difficoltà alla maturazione della funzione genitoriale e come la epigenesi di questo disturbo sia radicato nelle relazione familiari fin dalle prime fasi evolutive della personalità determinando delle resistenze, nella futura paziente, nella transizione dalla dipendenza all’autonomia.







di Marco G. Dibenedetto

psicologo psicoterapeuta

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categoria:psicologia, anoressia
11月16日

Mia Martini

Mia Martini Nata a Bagnara Calabra, Reggio Calabria il 20 settembre 1947. Vinse il Premio della critica nel 1982 con "e non finisce mica il cielo", nel 1989 con "almeno tu nell'universo", e nel 1990 con "la nevicata del '56". Mia Martini muore a Milano nel maggio 1995.

Almeno tu nell'universo

Sai, la gente è strana prima si odia e poi si ama
cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà lui
senza serietà, come fosse niente
sai la gente è matta forse è troppo insoddisfatta
segue il mondo ciecamente
quando la moda cambia, lei pure cambia
continuamente e scioccamente.
Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell'universo !
un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell'universo!
non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più.
Sai, la gente è sola, come può lei si consola
per non far sì che la mia mente
si perda in congetture, in paure
inutilmente e poi per niente.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell'universo !
Un punto, sai, che non ruota mai intorno a me
un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore.
tu, tu che sei diverso, almeno tu nell'universo !
Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero
e che mi amerai davvero di più, di più, di più

GLI UOMINI NON CAMBIANO

Sono stata anch'io bambina
Di mio padre innamorata
Per lui sbaglio sempre e sono
La sua figlia sgangherata
Ho provato a conquistarlo
E non ci sono mai riuscita
E lottato per cambiarlo
Ci vorrebbe un'altra vita.
La pazienza delle donne incomincia a quell'età
Quando nascono in famiglia quelle mezze ostilità
E ti perdi dentro a un cinema
A sognare di andar via
Con il primo che ti capita e ti dice una bugia.
Gli uomini non cambiano
Prima parlano d'amore e poi ti lasciano da sola
Gli uomini ti cambiano
E tu piangi mille notti di perché
Invece, gli uomini ti uccidono
E con gli amici vanno a ridere di te.
Piansi anch'io la prima volta
Stretta a un angolo e sconfitta
Lui faceva e non capiva
Perché stavo ferma e zitta
Ma ho scoperto con il tempo
E diventando un po' più dura
Che se l'uomo in gruppo è più cattivo
Quando è solo ha più paura.
Gli uomini non cambiano
Fanno i soldi per comprarti
E poi ti vendono
La notte, gli uomini non tornano
E ti danno tutto quello che non vuoi
Ma perché gli uomini che nascono
Sono figli delle donne

Ma non sono come noi
Amore gli uomini che cambiano
Sono quasi un ideale che non c'è
Sono quelli innamorati come te

 Donna Con Te

Io frequentavo allora uomini leggeri
superficiali, tristemente uguali.
Gente che pensa di avere in mano il mondo
e non sa neanche se è rotondo.
E facevo l’amore perché lo si fa
senza amore, senza umanità.
Ma la sera che io, io ti ho avuto vicino
tu cantavi come canta un bambino.
eri giusto, diverso, eri tu,
eri vivo e mi davi qualcosa di più
e fu la prima volta che mi son sentita
donna, donna, donna con te.
Somigliavi un pò a certe terre lontane
dove galoppano tanti cavalli bianchi
il tuo viso era dolce, il sorriso chiaro
camminavo dritto verso di te
ogni cosa facciamo ora, facciamo l’amore
e vicino a te sono corte le ore
perché sei un uomo che sa essere uomo
e sai rendere bella la vita
tu sei giusto, diverso sei tu
tu sei vivo e sai dare qualcosa di più
e sempre come il primo giorno
in cui mi son sentita donna,
donna, con te


11月11日

MARE NOSTRUM

Oggi è stata una bellissima giornata di sole.
Non me la sono sentita di chiudermi in casa e sono andata un po' a zonzo lungo un piccolo tratto della statale 106.
Ecco alcune foto di un elemento che adoro: il MARE
11月10日

VIVI LA VITA

La vita è un'opportunità, coglila.

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, godine.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è  promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un'avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

Madre Teresa

 

Una Piccola Grande Donna

 

 

SE

Se 

 

Se… riesci a non perdere la testa,

quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa;

 

Se… riesci ad aver fiducia in te stesso, quando tutti dubitano di te,

ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare;

 

Se… riesci ad aspettare, senza stancarti di aspettare,

o, essendo calunniato, a non rispondere con calunnie

o, essendo odiato, a non abbandonarti all’odio

pur non mostrandoti ne troppo buono ne parlando troppo da saggio;

 

Se…riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;

 

Se…riesci a pensare, senza fare dei pensieri il tuo fine;

 

Se…riesci, incontrando il Successo e la Sconfitta

a trattare questi due impostori allo stesso modo;

 

Se… riesci a sopportare di sentire le verità che tu hai dette,

distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,

o vedere le cose per le quali tu hai dato la vita, distrutte

e umilmente, ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;

 

Se…riesci a fare un sol fagotto delle tue vittorie,

e rischiarle in un sol colpo a testa e croce,

e perdere, e ricominciare daccapo

senza dire mai una parola su quello che hai perduto;

 

Se… riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi

a sorreggerti, anche dopo molto tempo che non te li senti più,

ed a resistere quando ormai in te non c’è più niente,

tranne la tua volontà che ripete …resisti;

 

Se…riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà,

o a passeggiare con il re senza perdere il senso comune;

 

Se…tanto amici che nemici non possono ferirti;

 

Se…tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo;

 

Se…riesci a colmare l’inesorabile minuto,

con un momento fatto di sessanta secondi;

 

Tu hai la terra e tutto ciò che è in essa e quel che più conta………

…………SARAI UN UOMO…….figlio mio!

 

 

Rudyard Kipling

 

Valore di un sorriso

 

Valore di un Sorriso


Donare un sorriso

Rende felice il cuore:

Arricchisce chi lo riceve

Senza impoverire chi lo dona.

Non dura che un istante

Ma il suo ricordo rimane a lungo.

 

Nessuno è così ricco

Da poterne fare a meno

Né così povero da non poterlo donare.

Il sorriso crea gioia in famiglia

Dà sostegno nel lavoro

Ed è segno tangibile d'amicizia.

 

Un sorriso dona sollievo a chi è stanco,

Rinnova il coraggio nelle prove

E nella tristezza è medicina.

 

E se incontri chi non te lo offre,

Sii generoso e porgigli il tuo:

Nessuno ha tanto bisogno di un sorriso

Come colui che non sa darlo.

 

Padre Faber  

 

Padre Frederick William Faber (1814-1863), sacerdote inglese. Convertitosi dalla religione anglicana a quella cattolica, durante la sua breve vita scrisse vari trattati religiosi e compose oltre 150 inni sacri, fra cui Pilgrims of the Night.

 

E' una poesia che mi emoziona ogni volta che la rileggo.

Il sorriso è gioia, allegria e riscalda il cuore.

Un sorriso per essere tale non deve interessare solo la parte inferiore del viso,

ma arrivare agli occhi che sono lo specchio dell'anima.

 

Ecco un'aforisma sul sorriso:

«Un giorno senza un sorriso, è un giorno perso.»

(C. Chaplin)

11月6日

L'altalena giramondo

 

Tra i post della  community DOVE TI PORTA IL CUORE ... LA FENICE .... ho letto questa fiaba

 

Da: Soprannome MSNﻲselvaticaﻲ  (Messaggio originale)

Inviato: 05/11/2006 10.33

L'ALTALENA GIRAMONDO

C'era una volta una bimba vivace, ribelle e un poco monella, forse molto monella. Non faceva del male a nessuno, ma non le piaceva ubbidire.

Diceva a tutti quel che pensava e non era furba.

Un giorno una strega cattiva, invidiosa del suo coraggio, decise di farle un dispetto. E le rubò il tempo. La bimba non sapeva come fare, senza ormai poter riconoscere i secondi, i minuti... le ore, i giorni, i mesi e poi gli anni. Non poteva nemmeno più crescere, senza tempo. Tutto era un fluire continuo senza distinzione di istanti. Un vortice che l'avvolgeva e che gli altri non riuscivano a capire e pensavano che fosse una bimba sempre più monella, precipitosa e avventata.

E la rimproveravano sempre.

Ma solo lei sapeva che non era così. Solo lei sapeva che la colpa era tutta della brutta strega cattiva, invidiosa e gelosa che lei diventasse una donna.

La piccola bimba perse allora la sua allegria e divenne triste e solitaria. Nessuno avrebbe mai capito che cosa le era successo. E se anche lo avesse raccontato, nessuno le avrebbe creduto.

Così decise di andarsene in un bosco lontano lontano e di vivere sola e soltanto con la sua fervida fantasia. Scelse un luogo inaccessibile e impervio, per essere sicura che nessuno avrebbe mai potuto raggiungerla. Si costruì una capanna di frasche e di foglie e incominciò una nuova vita, e finalmente si sentì di nuovo felice.

Le piaceva inventarsi le storie e raccontarle ai folletti del bosco che l'ascoltavano attenti e non le chiedevano il tempo, che lei aveva perduto. Nella sua immaginazione creava tutto quello che nel bosco non c'era e il tempo non serviva proprio a nulla, così ritrovò il sorriso e la sua spensierata allegria.

Un giorno, mentre raccoglieva bacche e frutti di bosco, vide in fondo al sentiero un'altalena bellissima pendere dal ramo di un albero. Si ricordò allora dei suoi giochi di bimba, prima che scappasse via lontano da un mondo che non poteva capirla. Fu presa dal desiderio di dondolarsi sull'altalena e senza pensare alle conseguenze di quel che faceva, si sedette e cominciò a cullarsi contenta, abbandonandosi completamente a quel movimento che la inebriava quasi fino a perdere i sensi. Siccome non aveva il tempo, non si rese conto di essere sull'altalena da moltissime ore... finchè cominciò a sentire fame e sete. Decise che doveva scendere per nutrirsi, e fu allora che si accorse stupita che non le era possibile.

L'altalena, per quanti sforzi la bimba facesse, non si fermava.

Continuava indifferente a dondolare.

La bimba cominciò a piangere e a parlarle, pregandola di fermarsi, di farla scendere, giurandole che sarebbe tornata. Ma nulla, non otteneva nessuna risposta. L'altalena era irremovibile. Non la lasciava andar via. Era sua prigioniera.

- Ma perché… perché fai così? Cosa ti ho fatto?

Chiedeva la bimba, inutilmente. L'altalena non l'ascoltava.

Pian piano e ormai arresa ad una volontà più grande della sua, cominciò a dimagrire e diventare ogni giorno sempre più pallida.

La vista diventò debole e non riusciva più nemmeno a distinguere gli alberi e le piante intorno, via via che l'inedia aumentava.

Era stremata e ormai incapace persino di pensare.

Non si accorse così di uno splendido uccello dalle piume folte e colorate che le girava intorno curioso. Gli occhi le si chiudevano per il sonno e sentiva le palpebre pesanti insieme ad una grande stanchezza e la testa le girava.

- Che hai piccina?

Le chiese ad un tratto lo splendido uccello.

La bimba si scosse, e con voce flebile rispose :

- Sono prigioniera di questa altalena e sto morendo.

- Ma non ti eri accorta che questa è una altalena speciale? È una altalena giramondo, chi vi sale sopra non può più scendere perché una volta in moto non si ferma mai più.

- No, non lo sapevo... avevo così tanta nostalgia dell'altalena che nemmeno ci ho pensato al dopo... volevo solo cullarmi.

- Vedi esistono due specie di altalene... una non sa veramente affrontare il dolore della vita e per questo si chiude nel suo io e non è attenta ai bisogni di chi porta con sé, sempre in conflitto con se stessa. Mostra una apparente sicurezza e calcola sempre i suoi rischi. Non si lascia mai veramente andare, se non per pochissimi istanti e per questo, ripreso il suo ritmo, non riesci a fermarla. Non te lo permetterebbe mai, deve tenere lei le redini del gioco, altrimenti si sente minacciata. Gestisce la vita, non vive. L'altra invece si mette in gioco con tutta se stessa e nell'offrirsi non si tira mai indietro, va fino in fondo alle cose e non perde tempo in inutili esitazioni. Sa donare la sua onda e ti ascolta, se hai bisogno di scendere. Legge i tuoi desideri, ti lascia libera e non ha mai scopi nel suo agire. La prima specie è quella delle altalene giramondo che non si fermano mai, se dai loro una spinta. Tu ci sei salita sopra incautamente ed ora sei nei guai.

- Sì ho capito.. ma come faccio adesso a liberarmi dell'altalena? Io non voglio morire...

- L'unico modo è spiccare il volo tu, da sola, con le tue ali.

- Ma io non ho le ali!

- Ne sei sicura? Cerca bene dentro te stessa.

La bimba non capiva cosa l'uccello dalle splendide piume di mille diversi colori voleva dirle ed era troppo stanca per rifletterci a lungo. Sentiva che le forze stavano per abbandonarla del tutto ed allora decise che l'unica cosa da fare era, forse per l'ultima volta, abbandonarsi alla sua fantasia e alla bellezza della natura, che amava tanto. E nulla adesso le sembrava più bello di quell'uccello dal volo così elegante che volteggiava nell'aria, libero ma non molto distante da lei. Lo ammirava a tal punto che desiderò essere come lui, che poteva librarsi nello spazio senza vincoli e catene. Lo desiderò così tanto che improvvisamente si lanciò nel vuoto, lasciando l'altalena che ingenuamente aveva pensato di poterla tenere in perenne attesa e sua prigioniera.

Quando l'uccello la vide trovare il coraggio del volo, la raggiunse in picchiata e l'afferrò con le sue solide zampe senza farle alcun male, sollevandola su su in alto nel cielo, molto ma molto più in alto dell'altalena. Fu così che lei, da bimba, divenne donna...senza avere bisogno del tempo.

by selvafantasy

Non è bellissima?